mercoledì 11 luglio 2007

Nuvole

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa.
Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino.
Nuvole… Corrono dall'imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all'avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l'ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l'intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.
Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!
Nuvole… Continuano a passare,alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell'aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
(..)
Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l'oscurità, finzioni dell'intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

LI,33
Fernando Pessoa



Ultimamente nn trovo le parole, nn trovo qll giuste per esprimere qll ke sento, nn trovo il modo per esprimerlo al meglio perchè nel momento in cui provo a farlo mi capitano sotto gli occhi versi cm qst che nn è possibile contraddire, spero che il vostro animo possa godere di questa lettura come ha fatto il mio!

Con affetto

7 commenti:

arack ha detto...

uh, il libro dell'inquietudine...

lA bAcCaNtE ha detto...

Se non trovi le parole fai bene a rifugiarti in un libro..volare con la fantastia fa sempre bene!
Ah!Ti avevo detto di essermi diplomata?un 84 non sarà il massimo ma almeno ho la consapevolezza che è tutto mio!ciao bella :)

Calimero ha detto...

ciao arack, bentornato! Ebbene si il mio animo è inquieto ma è proprio l'inquietudine che mi fa essere certa di stare facendo il massimo per vivere qst vita!

Congratulazioni Grà,
sn contenta per te la soddisfazione nn te la toglierà mai nessuno! Buon Cammino

aracK ha detto...

in camera mia ho dei fogli appesi con alcuni scritti tratti da questo libro... se aspetti un pò te li invio...

Bernardo Soares ha detto...

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18.9.1931
 
Così come tutti noi, che ne siamo consapevoli o meno, possediamo una metafisica, allo stesso modo, volenti o nolenti, possediamo una morale. Io ho una morale molto semplice: non fare del male nè del bene a nessuno. Non fare del male a nessuno perchè non solo riconosco agli altri lo stesso diritto, che credo mi spetti, di non essere disturbato, ma perchè penso che per il male del mondo bastano i mali naturali. A questo mondo viviamo tutti a bordo di una nave salpata da un porto ignoto per un porto ignoto; è necessario avere nei confronti degli altri una amabilità da viaggiatori. Non fare del bene, perchè non so cos'è il bene nè so se faccio il bene quando credo di farlo. Come posso conoscere gli eventuali danni che arreco nel fare un'elemosina? Come posso conoscere i mali che posso causare quando educo o istruisco qualcuno? Nel dubbio, mi astengo. E trovo anche che aiutare o delucidare è, in un certo qual modo, commettere il male d'intervenire nella vita altrui. La bontà è un capriccio del temperamento: non abbiamo il diritto di rendere gli altri vittime dei nostri capricci, anche se di umanità o di tenerezza. I benefici sono cose che si infliggono, per questo li detesto freddamente.
Dal momento che, per un principio morale, non faccio il bene, allo stesso modo non esigo che sia fatto a me. Se cado ammalato, ciò che più mi pesa è di obbligare qualcuno a curarmi, cosa che non mi piacerebbe fare a qualcun altro. Non ho mai visitato un amico malato. Ogni volta che sono stato malato e qualcuno mi ha visitato, ho sofferto quella visita come un disagio, come un insulto, come un'ingiustificabile violazione della mia imprescindibile intimità. Non mi piace che mi vengano fatti doni: in tal modo mi sento obbligato a fare doni anch'io: alle stesse persone o ad altre, o a chicchessia.
Sono fortemente socievole in un modo fortemente negativo. Sono l'inoffensività incarnata. Ma non sono altro che questo, non voglio essere altro che questo, non posso essere altro che questo. Per tutto quanto esiste ho una tenerezza dello sguardo, una dolcezza dell'intelligenza: niente del cuore. Non ho fede in niente, speranza in niente, carità per niente. Detesto con avversione e disgusto coloro che sono sinceri, qualunque sia la loro sincerità, e coloro che sono mistici, qualunque sia il loro misticismo: o piuttosto, detesto le sincerità dei sinceri e i misticismi di tutti i mistici. Tale disgusto diventa quasi fisico quando si tratta di quei misticismi attivi che pretendono muovere l'altrui volontà, persuadere l'altrui intelligenza, trovare la verità o riformare il mondo.
Mi ritengo fortunato di non avere più parenti. Non ho così l'obbligo, che certo mi sarebbe gravoso, di dover amare qualcuno. Non ho nostalgie se non in forma letteraria. Posso piangere, ricordando la mia infanzia: ma sono lacrime ritmiche, dove già è in agguato la prosa. E ricordo quell'infanzia come cosa esterna e attraverso cose esterne: so ricordare solo le cose esterne. Non è la dolcezza dei dopocena della mia infanzia che mi intenerisce: è invece la disposizione della tavola per il tè, sono le sagome dei mobili contro le pareti, sono le figure e i gesti delle persone. Io ho nostalgia dei prototipi. Perciò la mia infanzia mi intenerisce tanto come l'infanzia altrui: sono entrambe, in un passato che disconosco, fenomeni puramente visuali cui partecipo con attenzione letteraria. Mi commuovo, certo: non perchè sento, ma perchè vedo.
Non ho mai amato nessuno. Ciò che più ho amato sono sensazioni mie (stati di cosciente visualità, impressioni di acuita uditività, profumi - che sono una delle maniere con cui l'umiltà del mondo esterno mi può parlare, mi può dire cose del passato: è così facile ricordare attraverso i profumi!), sensazioni cioè che mi danno più realtà, più emozione del semplice pane che cuoce là dentro, nella panetteria fonda, come quel pomeriggio ormai lontano in cui tornavo dal funerale di un mio zio che mi aveva voluto tanto bene e provavo un grande sollievo, non saprei dire da che cosa.
E' questa la mia morale, o la mia metafisica, o io stesso. Randagio in tutto, perfino nel mio stesso animo, non appartengo a niente, non desidero niente, non sono niente: centro astratto di sensazioni impersonali, specchio caduto che sente e che guarda la varietà del mondo. Con ciò, non so se sono felice, o infelice... nè me ne importa.
 


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Massime
 
Avere opinioni definite e sicure, istinti, passioni e un carattere stabile e conosciuto provoca questa barbarie: che la nostra anima si trasforma in un fatto, si materializza e diventa esterna. Vivere è un dolce e fluido stato di ignoranza delle cose e di se stesso (è l'unico modo di vita che si addice al saggio e che lo conforta).
Il più alto grado di sapienza e prudenza è sapere frapporsi costantemente fra se stesso e le cose.
La nostra personalità deve essere inviolabile, anche da parte di noi stessi: da ciò il nostro dovere di sognare sempre e di includerci nei nostri sogni affinchè non ci sia possibile avere opinioni sul nostro conto.
E soprattutto dobbiamo evitare l'invasione della nostra personalità da parte degli altri. Ogni interesse degli altri è un'indicibile indelicatezza nei nostri confronti. Ciò che impedisce che il banale saluto (come va?) sia un'imperdonabile grossonalità è il fatto che esso di norma è assolutamente vano e insincero.
Amare è stancarsi di essere solo: è dunque una vigliaccheria e un tradimento verso noi stessi (è sovranamente importante non amare).
Dare buoni consigli significa mancare di rispetto alla facoltà di sbagliare che Dio ha dato a tutti noi. E poi le azioni altrui devono avere il vantaggio di non essere uguali alle nostre. E' comprensibile solo chiedere consigli agli altri: affinchè possiamo sapere, agendo in modo opposto, chi siamo esattamente noi, assolutamente in disaccordo con l'Alterità.

Cristiano Godano ha detto...

- Ineluttabile -

Chili di silenzio per inaugurare un nuovo gioco
(solo agli sguardi è concesso di sperdersi nell'aria)
perché un sospiro può affilare il taglio del rasoio
e di nuove lacerazioni non c'è voglia

Nessuna possibilità di condividere sfiducia
costretti a un'immobilità colpevole

Il buio è un peso, è un imbroglio e brucia come il fuoco
Le cose opache lì intorno si muovono:
detta il ritmo lo smacco di ogni preghiera
e non c'è pace latente da cogliere

Nessuna possibilità di condividere sfiducia
costretti all'immobilità, noi carne esanime e sfinita

Nostri i corpi arresi al gelo dell'apnea!
Patiranno il giro di vite ineluttabile

Chili di silenzio sulla nostra pena
gran regina dell'incubo che verrà

Come girano i colori ed i sapori nella vita vera?
Qui per ora è nero come Angoscia e amaro come Fiele
E lì?

fabilunablu ha detto...

pessoa non può mai essere contraddetto.
f.